martedì 9 febbraio 2010

Come si fa a ridurre lo sport più bello del mondo a una battaglia con tanto di scontri, di bombe, petardi, manganelli e fumogeni? Quello che è successo oggi a Formello ( quartier generale della Lazio ) è purtroppo lo specchio di un calcio malato che riflette una società dove lo sport rappresenta ormai una ragione di vita e di morte per tanti ragazzi senza riferimenti e senza altri valori a cui attaccarsi. Da tifoso della Lazio da sempre, anche io sto soffrendo per la situazione della mia squadra del cuore. Anche io sopporto ( quasi sempre col sorriso sulle labbra ) gli sfottò e le prese in giro dei miei colleghi di lavoro giallorossi. Anche io mi arrabbio quando vedo in campo una squadra allo sbando, senza un gioco, senza un allenatore che sappia organizzare decentemente quella che ormai è una armata brancaleone da operetta. Io che, domenica scorsa ho preferito andare a vedere Avatar con la mia bambina di dieci anni, piuttosto che occupare la mia poltroncina di Monte Mario per soffrire e vedere la disfatta ( ennesima stagionale ) dei miei colori biancocelesti.
Ma da qui a fare la guerra, ce ne passa! La guerra si può fare - come ultima ratio - per difendere la propria patria, per proteggere i propri cari, per rovesciare un regime sanguinario e illibertario, ma per una squadra di pallone è ridicolo persino incazzarsi seriamente!
Purtroppo questa è una spia del profondo malore che attanaglia i nostri ragazzi che, sempre più frequentemente, si fanno strumentalizzare da idee e persone che fanno della violenza gratuita il proprio cavallo di battaglia. Che pena ...
E allora è sempre più imperante darsi da fare per creare una nuova cultura dello sport che contrasti quella dominante. Lo sport deve tornare ad essere allegria, voglia di vivere, di combattere per ottenere un risultato, di sacrificarsi. Deve essere l'accettazione della sconfitta e l'esaltazione della vittoria. Deve essere rispetto per il proprio corpo, con una educazione alla corretta alimentazione, con il rifiuto del doping, con la consapevolezza dei danni del fumo e dell'alcool. Deve essere altruismo, soprattutto nel calcio, dove in tanti si gioca e in tanti si vince e si perde.
Il calcio per salvarsi deve tornare alle origini, deve tornare nelle strade, negli oratori, nelle piazze. Deve trasmettere voglia di stare insieme. Attraverso il calcio - vissuto nel modo giusto - si può creare una autentica cultura dell'integrazione e della civile convivenza. Intorno al calcio si possono creare amicizie o addirittura amori. Con il calcio si può fare cultura, si possono creare opere d'arte, commedie teatrali, si può fare fotografia e televisione. Il calcio deve riuscire a saper unire.
Lavorare per un calcio migliore significa vivere per un mondo migliore.
E si può fare.

Parte il Progetto "Special Olympic 2010"

Sabato 6 Febbraio 2010, presso l’auditorium dell’Istituto Comprensivo di Via Kennedy a Ciampino, l’Albafor ha ricevuto l’accredito come “Team Special Olympic” per l’anno 2009/2010. L’iniziativa, finalizzata a favorire l’inclusione degli allievi diversamente abili, è stata promossa dal Direttore della Valutazione Marco Giustinelli, referente per le attività sportive e promotore dell’Albafor Cup, la manifestazione sportiva che ha visto nel 2009 la partecipazione di oltre 500 allievi delle diverse Sedi Operative presenti sul territorio.
“Debbo ringraziare – ha sottolineato Marco Giustinelli – le sollecitazioni giunte dai colleghi Francesco Vendittelli della Sede di Pomezia e Livio Colantonio di Albano, che hanno fatto in modo che si attivasse un percorso in collaborazione con Special Olympic Italia per favorire, attraverso lo Sport quella inclusione sociale che da sempre è uno degli obiettivi istituzionali dell’Albafor. Sono stato quindi veramente felice di dare una mano per portare a termine l’iter di accreditamento nel più breve tempo possibile. Adesso però tocca a loro, sul campo, sfruttare questa bellissima opportunità .”
Il Team Special Olympic prevede la formazione di squadre formate da allievi provenienti sia dall’Obbligo Formativo che dal Settore percorsi Individualizzati. L’Albafor inizierà con la partecipazione al Campionato Special Olympic di calcio a Cinque che vedrà protagonisti, nella fase iniziale gli allievi di Albano e Pomezia.
L’attività sarà coordinata, a livello organizzativo, da Fabio Ferrarini, della Segreteria della Direzione della Valutazione.
Questa nuova iniziativa segue quella, organizzata in collaborazione con la Fondazione "Giorgio Castelli Onlus" che ha visto l'addestramento dei docenti dell'Albafor all'uso dell'apparecchio defibrillatore a alla rianimazione cardiorespiratoria BLS-D.
Fonte: Direzione della Valutazione Albafor SpA

martedì 26 gennaio 2010


Che desolazione leggere sui quotidiani che Emma Bonino, candidata alla guida della Regione Lazio, rivendica il suo passato di abortista convinta, e si conferma tra coloro che vedono l'aborto come una conquista delle donne, come una forma di "modernità". Su questo blog non si è mai parlato di politica ne' di partiti, ma mi corre l'obbligo di spendere due parole a difesa della Cultura della Vita, contro chi, nel nome del progresso, si proclama alfiere di un modo di pensare che respingo, nel nome di quello che c'è di più sacro al mondo: la difesa della vita umana dal momento del suo concepimento a quello della sua fine naturale. Con tanti amici, e in tanti modi, sto cercando di proporre, soprattutto ai giovani, un approccio al quotidiano che si realizzi nella promozione della vita, nella tutela della salute, nel tentativo di pensare l'altro come una cosa importante, come qualcuno per cui vale la pena di lottare e di spendersi.
La vita è sempre degna di essere vissuta. E nessuno, ne' uomo ne' stato, può arrogarsi il diritto di porre fine ad essa. Stabilire dei parametri secondo i quali un medico, un giudice, un politico può valutare se porre fine all'esistenza di una creatura umana, significa dare forza ad una cultura di stampo nazista. Allora, in nome della razza si stabilirono parametri per i quali una vita si dichiarava "non degna di essere vissuta" e se ne autorizzava, anzi se ne promuoveva, la soppressione sistematica. Oggi, paradossalmente, si è reintrodotto il concetto che lo stato può fissare dei parametri secondo i quali una vita appena concepita può essere eliminata. Si combatte nelle piazze per impedire che un assassino o uno stupratore o uno stragista vengano giustiziati, ma coloro che gridano contro la pena di morte, tacciono quando la vittima è un embrione umano, incapace di non solo di difendersi, ma anche di esprimersi.
E che chi si candida alla guida di una parte importante del nostro paese, si proclami paladino di questo tipo di cultura, non può raccogliere che la mia profonda avversione.
La signora Bonino dovrebbe scoprire la ricchezza di vivere accanto a disabili che giorno dopo giorno lottano per rimanere attaccati alla vita, dovrebbe provare il piacere di tenere tra le braccia l'ultimo nato di dieci figli.
La morte non è mai bella, non è mai una soluzione. La morte, quando è provocata coscientemente, genera sempre disperazione, dolore, sensi di colpa. La morte non può essere mai compatibile con la vita. E anche per la peggiore delle vite non può e non deve esistere qualcuno o qualcosa che può decidere se togliertela o lasciartela.
Rifletta, signora Bonino, e lasci perdere. Ho il dubbio che chi non è in grado di tutelare la cosa più preziosa che posseggo, avrà difficoltà a gestire bene anche i miei soldi .
Nessuno tocchi Caino ( dice la Bibbia ) ... figuriamoci Abele!

domenica 24 gennaio 2010

UN SEGNALE DI SPERANZA

Ho iniziato la mattina di domenica con un modo strano di pensare al Cielo. Un libro. Un piccolo libro che, insieme alla colazione, mia madre mi ha posato accanto al letto. E' un libro che Giuseppe "Peppe" Ventura ha dedicato alla "sua" Marta. La ragazzina che Dio si è riportata in cielo con modi e tempi che la maggior parte di noi non vuole e non può accettare. Sopravvivere al proprio figlio è un dolore umanamente insopportabile, intellettualmente inconcepibile, spiritualmente devastante. Eppure, dalle pagine di questo libro emergono una forza e una serenità che lasciano sconcertato il lettore. Non si legge disperazione, non si legge un addio, ma un arrivederci. Il "fiore strappato dalla terra per essere trapiantato nel giardino del Paradiso" continua a restare vivo nel ricordo e nella speranza.
E quello che traspare con chiarezza dalle parole, dalle espressioni, dalle emozioni forti che questo libro non può non trasmettere, è che la chiave di lettura di questa storia è la Fede. Una Fede dichiarata. Un progetto e non una fuga. La Fede di Peppe e Eugenia e dei loro figli, della loro famiglia, non è un modo di cercare di dare una spiegazione ad un evento terribile, non è una fuga dal dolore. E' la consapevolezza, espressa con tenerezza, della coscienza che ciascuno è parte del Progetto della Vita che si chiama Amore. E' un libro che esprime la consolazione e mai la disperazione.
E la tenerezza di un padre terreno che si affida ad un Padre celeste che ha fatto tornare a se una figlia, facendola passare dalla benedizione alla grazia. E tutto questo in attesa di poterla riabbracciare nell'Eternità.